HEGEL

di Maria Laura Valente

 

 

Capisaldi del sistema hegeliano

La filosofia hegeliana rappresenta una delle più ricche e complesse della storia della filosofia. Le sue idee basilari si possono ricondurre a tre: 1)la realtà è Spirito infinito; 2)la struttura dello Spirito è la dialettica; 3)la peculiarità di questa dialettica è l’elemento speculativo.

1)REALTA’ COME SPIRITO

Per Hegel la realtà non è “sostanza”, ma soggetto e Spirito ed è perciò attività, processo, movimento. Già Fiche aveva concepito l’Io come attività, ma per H. si trattava di un processo irrisolto, in quanto l’Io fischiano non riusciva mai a superare interamente il Non-Io, ossia il proprio limite. Rimaneva, allora, in Fiche, la scissione e l’opposizione tra Io e Non-Io, soggetto e oggetto, infinito e finito. Schelling aveva cercato di superare queste scissioni con la sua filosofia dell’identità, ma per H. la concezione dell’Assoluto come Identità originaria di Io e Non-Io,soggetto e oggetto, finito e infinito era vuota e artificiosa. Nella Fenomenologia dello Spirito H. afferma che l’Assoluto schellinghiano è come “la notte in cui tutte le vacche sono nere”. La posizione di H. è chiara: lo Spirito si autogenera, generando contemporaneamente la propria determinazione, e superandola pienamente. Lo Spirito è infinito nel senso che è una continua posizione del finito e superamento del finito stesso. Lo Spirito in quanto movimento produce via via i contenuti determinati e quindi negativi (omnis determinatio est negatio: la determinazione si definisce per quello che non è; il fenomeno determinato esclude da sé altri fenomeni, altre proprietà diverse dalle proprie); l’infinito è il positivo che si realizza a mediante la negazione di quella negazione che è propria di ogni finito, è il superamento del finito. Allora lo Spirito infinito hegeliano è come un circolo, in cui il finito è sempre posto ed è sempre dinamicamente superato. Ogni momento del reale è indispensabile per l’Assoluto, perché Esso si realizza in ciascuno e in tutti questi momenti (es. bocciolo-fiore-frutto: in questo processo ogni momento è essenziale all’altro e la vita della pianta è questo stesso processo che pone via via i vari momenti, e via via li supera). H. sottolinea che il movimento proprio dello Spirito è il “riflettersi in se stesso”. E in questa riflessione circolare si distinguono tre momenti: 1)ESSERE IN SE’; 2)ESSERE FUORI DI SE’; 3)ESSERE IN SE’ E PER SE’ (es. il seme è in sé la pianta, ma deve morire come seme e quindi uscire fuori di sé, per diventare la pianta). Questi tre momenti sono denominati: IDEA, NATURA, SPIRITO. L’IDEA, che è il Logos, ha in sé il principio del proprio svolgimento e, prima esce fuori di sé divenendo NATURA, poi supera questa alienazione e ritorna a sé medesima (SPIRITO). Si comprende allora la triplice distinzione della filosofia hegeliana: 1)LOGICA-studia l’IDEA IN SE’ (LOGOS); 2)FILOSOFIA DELLA NATURA-studia l’IDEA FUORI DI SE’ (NATURA); 3)FILOSOFIA DELLO SPIRITO-studia l’IDEA che ritorna a sé o IN SE’ E PER SE’ (SPIRITO).

Nella Filosofia del diritto è presente un’altra tesi hegeliana assai celebre: “ciò che è razionale è reale, ciò che è reale è razionale”. Questo significa che la realtà è lo stesso svilupparsi dell’Idea, che tutto è razionale, che ogni cosa è momento dello sviluppo dell’Idea.

2)LA DIALETTICA COME LEGGE SUPREMA DEL PENSIERO E DEL REALE

H. polemizza contro la pretesa romantica di cogliere immediatamente l’Assoluto. Questo, per H., non si coglie col sentimento, con l’intuizione o con la fede, ma con un metodo “scientifico”, quello della dialettica. Il nome di Hegel nel pensiero contemporaneo è strettamente legato al concetto di dialettica; eppure alla dialettica il filosofo tedesco non ha dedicato nessuno scritto specifico. La dialettica non è certo una scoperta di H., ma occupa un posto cospicuo nella storia della filosofia, dove però è stata generalmente intesa solo come uno strumento molto efficace del pensiero e via via diversamente valutata a seconda che fosse considerata la forma più alta di sapere (Platone), oppure identificata con un tipo di sillogismo fondato su premesse non necessarie, ma soltanto verosimili(Aristotele). Con Kant, poi, la dialettica era stata collegata alla natura stessa della ragione, considerata come facoltà delle idee caratterizzata dal perenne contrasto tra la tensione verso l’oggetto delle idee e l’impossibilità di coglierlo, essendo la conoscenza umana limitata al fenomeno. La novità del pensiero hegeliano sta nel concepire la dialettica non come un procedimento del pensiero esterno alla realtà, ma come una legge interna e necessaria, tanto del pensiero quanto della realtà. Il cuore della dialettica è il movimento, giacchè il movimento è la natura stessa dello Spirito. La dialettica non è altro che uno sviluppo che tende al concreto mediante il superamento dell’astrattezza insita in ogni opposizione. Concreto, per H., è ciò che rappresenta il compimento di un processo, l’unità di opposti, l’uno bisognoso dell’altro per realizzarsi. Perciò la logica hegeliana si contrappone alla logica tradizionale fondata sul principio di identità e non contraddizione, accusandola di considerare astrattamente gli opposti, e perciò di non poter giungere alla mediazione, ossia a cogliere l’unità degli opposti nella loro sintesi. Il movimento dialettico si configura come processo triadico di: TESI, ANTITESI e SINTESI.

Il 1° momento (TESI) è detto il lato astratto e intellettivo; il 2° (ANTITESI) è detto il lato dialettico in senso stretto o negativamente razionale; il 3° (SINTESI) è detto il lato speculativo o positivamente razionale.

Il 1° momento è quello della determinazione come entità statica e irrelata. Il fenomeno determinato esclude da sé altri fenomeni e si presenta come un’entità statica. L’intelletto è,infatti, la facoltà che astrae concetti determinati, che distingue, separa e definisce. L’intelletto vede solo una pluralità di determinazioni rigide, differenti l’una dall’altra, perciò resta chiuso nell’astratto irrigidito e rimane vittima delle opposizioni che esso stesso crea, distinguendo e separando. Il pensiero filosofico deve, quindi, andare oltre i limiti dell’intelletto.

Il 2° momento è quello del rovesciamento della determinazione nel suo opposto. E’ il momento “negativo” della ragione, che consiste nello smuovere la rigidità dell’intelletto e dei suoi prodotti. Il pensiero razionale, superando quello intellettuale, vede che la negazione, oltre a dare alla determinazione stessa la sua qualità, ne mette in crisi la staticità e la chiusura, immettendola in un processo che oltrepassa il suo carattere isolato e irrelato. H. indica in questo processo l’aspetto specifico della dialettica: è la fase in cui la determinazione, scoprendosi unilaterale e limitata, tende a negarsi, a rovesciarsi nella determinazione opposta.

Il 3° momento è quello dell’unificazione degli opposti. E’ questa la funzione positiva della ragione: concepire non l’opposizione, ma l’unità delle determinazioni che si contraddicono, ossia cogliere il positivo che emerge dalla sintesi degli opposti. La dialettica, come la realtà in generale, è questo movimento circolare che non ha mai posa.

3)PRINCIPIO SPECULATIVO

Il momento dello speculativo o positivamente razionale (3° momento) è la riaffermazione del positiva che si realizza mediante la negazione del negativo proprio delle antitesi dialettiche. Il momento speculativo è un “superare” conservando, in funzione di una realtà nuova e più ricca. Lo speculativo costituisce il vertice cui perviene la ragione, che supera la rigidità e la finitudine dell’intelletto, cogliendo l’unità e la sintesi delle opposizioni. Ciò implica che l’uomo, nel momento in cui filosofa, si innalzi al di sopra della coscienza comune, all’altezza della pura ragione e che si ponga in una prospettiva assoluta. E’ questo il tema della Fenomenologia dello Spirito.

 

Fenomenologia dello Spirito

La F.d.S. è stata scritta da Hegel proprio per purificare la coscienza empirica e innalzarla fino allo Spirito e al Sapere assoluto. Per capire la F. bisogna tener presente che, per H., la filosofia è conoscenza dell’Assoluto in due sensi: perché ha l’Assoluto come oggetto; perché ha l’Assoluto come soggetto, in quanto essa è l’Assoluto che si autoconosce tramite il filosofo. La F.d.S. è la via che conduce la coscienza finita all’Assoluto infinito, la quale coincide con la via che l’Assoluto ha percorso e percorre per giungere a sé medesimo. Il termine “fenomenologia” deriva dal greco phainomenon, che indica il manifestarsi o l’apparire, e quindi vuol dire scienza dell’apparire o del manifestarsi. Questo apparire è l’apparire è l’apparire dello Spirito stesso a differenti tappe, che, a partire dalla coscienza empirica, via via sale a livelli sempre più alti. La F. è dunque la scienza dello Spirito che, in una serie successiva di “figure”, ossia di momenti dialetticamente collegati tra loro, giunge al Sapere assoluto; ma è anche la storia della coscienza dell’individuo che ripercorre la storia dello Spirito. Ogni “figura” di questo processo appare inadeguata e quindi costringe a passare al suo opposto; questa supera il negativo della precedente ma si mostra anch’essa inadeguata, sia pure ad un livello più alto, e costringe a passare oltre, e così via, secondo il ritmo dialettico. Le tappe di questo processo sono: la COSCIENZA, l’AUTOCOSCIENZA, la RAGIONE, lo SPIRITO, la RELIGIONE, il SAPERE ASSOLUTO. La tappa iniziale è quella della coscienza, che conosce il mondo come altro da sé e indipendente da sé. Essa si dispiega in tre momenti: certezza sensibile, percezione e intelletto. Nel momento della sensazione i dati particolari si rivelano contraddittori e devono perciò essere considerati categorie universali; nella percezione l’oggetto appare caratterizzato da molte proprietà e quindi contraddittorio; nell’intelletto l’oggetto appare prodotto da un gioco di forze che riportano a delle leggi formulate dall’intelletto stesso. Così la coscienza giunge a comprendere che l’oggetto dipende dall’intelletto e dunque da se medesima. In tal modo la coscienza diventa Autocoscienza. La seconda tappa è quella dell’Autocoscienza che, inizialmente, caratterizzata dall’appetito e dal desiderio, tende ad appropriarsi delle cose e ad escludere gli altri; successivamente scopre la propria dimensione sociale perché entra in conflitto con le altre autocoscienze. La prima tappa dell’Autocoscienza analizza il rapporto servo-padrone, mostrando come la lotta tra le autocoscienze finisce per far prevalere una a discapito delle altre. Il servo, obbligato a lavorare per il padrone, sembra condannato ad un’eterna condizione di inferiorità e di sudditanza. In realtà il servo diviene gradualmente una figura dominante perché, nell’esperienza del lavoro, acquisisce tutta una serie di cognizioni e tecniche che lo arricchiscono e lo fortificano. Si apre, così, per il servo, la possibilità di affrancarsi, ma anche di prevalere sul padrone di ieri. La tappa successiva dell’Autocoscienza (Stoicismo-Scetticismo) mostra come l’Autocoscienza, ormai liberata dalla dipendenza dalle cose, diventi produttrice di concezioni del mondo e della realtà. Lo stoicismo afferma l’assoluta libertà dell’uomo, ma una libertà che resta astratta perché lontana dalla cangiante realtà del mondo. Lo scetticismo è consapevole della mutevolezza del reale, ma giunge alla negazione del mondo. La terza tappa è emblematizzata dalla coscienza cristiana, definita coscienza infelice perché dolorosamente scissa: è collocata in questo mondo, ma è tutta proiettata all’altro mondo. Ogni accostamento alla divinità trascendente significa per la coscienza infelice una propria mortificazione e un sentire la propria nullità. La scoperta dell’Autocoscienza che la trascendenza non è fuori, ma dentro di sé, porta ad una superiore sintesi, che si realizza sul piano della Ragione. La Ragione è la coscienza che ha raggiunto la consapevolezza di essere ogni realtà. In effetti, durante le tappe precedenti della sua già lunga odissea essa aveva esperito il mondo (dapprima in modo prevalentemente cognitivo, poi in modo anche pratico-sociale) come qualcosa di estraneo. Ora, invece, essa sa che il mondo, sia naturale che umano, non è un’alterità: sa che la sua essenza è coglibile e comprensibile da parte della coscienza medesima. Nella sua prima tappa del suo nuovo viaggio la ragione si cerca nella natura, per coglierne le leggi. La ricerca si inoltra nel regno delle cose, poi degli organismi, poi della stessa coscienza. Ma sempre la legge appare astratta: le scienze naturali non consentono il riconoscimento della verità del reale. Allora nella seconda tappa la ragione cerca di riconoscersi non più nelle cose del mondo, ma negli atti e nelle vicende umane. Ma anche qui la verità sembra inafferrabile. Essa viene cercata dapprima nel piacere, poi nella “legge del cuore”, infine nella virtù. Nell’universo dell’uomo, però, la piena razionalità non può essere né semplicemente constatata , né immediatamente vissuta. Essa va realizzata entro una struttura oggettiva, sociale, storica, che Hegel ha chiamato “ethos”. L’eticità è appunto la ragione che si incarna e si dispiega nelle concrete istituzioni giuridiche, politiche, economiche di una concreta comunità storica. Attraverso ulteriori tappe, quelle dello Spirito e della Religione, finalmente si giunge al termine dell’itinerario fenomenologico e cioè al Sapere assoluto, all’autocoscienza assoluta dell’Assoluto stesso. La F.d.S. dimostra che, per H., la conquista del sapere assoluto è il risultato necessario dell’intero sviluppo della storia della coscienza umana e dei suoi modi di pensare, dalle forme più semplici, quelle della coscienza naturale, comune, fino a quella più alta: la filosofia, che non è più sapere proprio di questa o quella coscienza singola, ma sapere assoluto dove lo Spirito finalmente ha trovato e compreso se stesso e la propria storia. Il processo di conquista del sapere non si svolge all’interno di una pura soggettività, ma coinvolge ed implica l’intera storia dell’umanità: dal primitivo dispotismo che da luogo alla dialettica tra padrone e servo, al mondo greco, allo stoicismo, allo scetticismo, alla coscienza infelice, fino alla cultura frivola del ‘700, all’aridità della ragione illuministica, alla moralità rigoristica kantiana e alla romantica “anima bella”. Il compimento del cammino della coscienza nel sapere assoluto costituisce il superamento dell’alienazione della coscienza. Caratteristica della coscienza è, infatti, di procedere continuamente di fronte al proprio oggetto come se fosse qualcosa di estraneo, senza riconoscersi in esso; così la coscienza tenta ogni volta di superare questa alienazione che sente come una scissione dolorosa, in una forma più alta di coscienza, fino a raggiungere il sapere vero e proprio, il sapere assoluto.

 

La logica hegeliana

La Fenomenologia dello Spirito ci ha portati dal punto di vista del sapere della coscienza empirica al punto di vista del Sapere Assoluto, che, come ogni sapere, ha i propri principi e una propria trama concettuale. La sua fondazione più rigorosa viene data dalla scienza della sua interna “logica”. Ad essa è dedicata la Scienza della logica, una delle opere più importanti del filosofo tedesco. La logica non è sorta con Hegel: essa è una scoperta degli antichi. Nata nell’ambito della scuola di Elea, soprattutto con Zenone, raggiunge i suoi vertici con Platone e Aristotele. In età moderna Kant la riprende nella sua Critica della Ragion Pura, ma la blocca a livello di sviluppo sistematico, di antinomie destinate a restare irrisolte, e quindi la priva di valore conoscitivo. Per Hegel gli antichi hanno fatto un grande passo sulla via della scientificità, in quanto hanno saputo elevarsi dal particolare all’universale; tuttavia il filosofo tedesco osserva che le idee platoniche e i concetti aristotelici sono rimasti, per così dire, bloccati in una rigida quiete e quasi solidificati. Poiché, per H., la realtà è divenire, movimento e dinamicità, la dialettica, per essere uno strumento adeguato, dovrà essere riformata, imprimendo movimento alle essenze e al pensiero universale già scoperto dagli antichi. Una logica vera e propria, che goda di una trattazione a se stante, distinta dalla trattazione di tutti gli altri aspetti del conoscere, si avrà solo con Aristotele. Tuttavia Platone ne pone ampiamente le premesse e rende possibile l’ulteriore elaborazione aristotelica. Lo stesso Kant riconosce che la logica, come scienza del pensiero puro, non aveva fatto sostanzialmente progressi, dopo la forma che Aristotele, per primo, le aveva dato. Ciò, però, non significa, osserva Hegel, che essa sia nata già perfetta e non suscettibile di rielaborazione: occorre invece sviluppare un nuovo concetto della logica adeguato ad esprimere nuovi contenuti. La logica è, per Hegel, la scienza dell’IDEA PURA cioè dell’Idea nell’elemento astratto del pensiero. L’IDEA, che è oggetto della logica, è il primo momento dello sviluppo ideale che ha i suoi ulteriori momenti nella NATURA e nello SPIRITO. In questo senso l’Idea è il sistema delle categorie o determinazioni astratte del pensiero, anzi è il pensiero stesso nello sviluppo delle sue articolazioni. La Scienza della logica è articolata in tre libri: una “dottrina dell’essere”, una “dottrina dell’essenza”, una “dottrina del concetto”. La tesi di fondo della logica hegeliana è che “pensare” e “essere” coincidono e che, pertanto, la logica coincide con la metafisica. I principi di questo sapere assoluto valgono tanto come principi del conoscere, quanto come principi dell’essere. La categoria che costituisce il punto di partenza dell’analisi hegeliana è l’essere. L’essere è infatti la disposizione originaria del pensiero, da cui tutte le cose discendono: nulla è pensabile se non in quanto è. L’essere è la forma di tutto ciò che si da, ma è la forma di un darsi semplice ed immediato. Non si potrebbe comprendere il puro e semplice essere senza comprendere al tempo stesso il nulla nella dimensione del divenire. In effetti, il puro essere è, nella sua generalità, assenza di determinatezza: è un puro essere che non è determinato. L’essere puro e semplice è interamente traducibile in questa idea di non essere determinato: ma in tale idea si esprime, se ci si pensa bene, l’idea del nulla. Il semplice essere e il semplice nulla sembrano così coincidere. Questo essere deve divenire. Il “divenire” è appunto il terzo principio della logica hegeliana. Dopo aver analizzato le categorie dell’essere in generale, del nulla e del divenire, H. passa ad esaminare quella dell’essere determinato. In effetti il divenire non si comprende se non come divenire di qualcosa. Ma il qualcosa è sempre un’entità finita, che non si può comprendere se non in riferimento ad altro, o in relazione ad una propria infinita possibilità di essere. Essere, non-essere, e divenire costituiscono la categoria della qualità; l’essere determinato che costituisce il loro risultato implica la categoria della quantità. La qualità determina l’essere interiormente, la quantità lo determina esteriormente: il rapporto qualità-quantità costituisce la misura, che è la terza ed ultima categoria della logica dell’essere. Dall’essere immediato si passa ad una riflessione dell’essere su se stesso. Alla “logica dell’essere” segue la “logica dell’essenza”, nei suoi tre momenti della riflessione, che separa l’essenza dall’essere, del fenomeno, che riduce a semplice apparenza l’essere scisso dall’essenza, e della realtà in atto, che esprime l’unità dell’essenza con le sue manifestazioni fenomeniche. A questo punto l’essere, arricchito di tutte le sue determinazioni e quindi divenuto realtà in atto, si rivela come concetto. La “logica del concetto” che corona l’edificio della logica hegeliana, si articola anch’essa in tre momenti: la soggettività (che è il campo della vecchia logica formale, del pensiero considerato indipendentemente dal suo contenuto e che si suddivide nel concetto logico, nel giudizio e nel sillogismo), l’oggettività (cioè i principi dell’interpretazione concettuale della natura secondo le categorie del meccanicismo, del chimismo e del finalismo) e infine l’Idea, come sintesi di soggettività e oggettività, meta ultima del processo. L’Idea è il concetto che si è autorealizzato pienamente e quindi la totalità dei momenti di questa realizzazione, vista come processo e risultato dialettico. L’Idea, dunque, è la totalità delle categorie della logica e dei loro nessi dispiegati. Il concetto è, al tempo stesso, l’assolutamente concreto e lo è in quanto contiene in sè in unità ideale l’essere e l’essenza, e quindi l’intera ricchezza di queste due sfere. La dialettica hegeliana è infatti strettamente connessa alla nozione di sviluppo che tende al concreto mediante il superamento dell’astrattezza insita in ogni opposizione. Concreto, per H., è ciò che rappresenta il compimento di un processo, l’unità di opposti, l’uno bisognoso dell’altro per realizzarsi: da ciò consegue che la realtà si attua in un processo dove termini opposti si negano reciprocamente e si integrano in una nuova e più ricca unità. Si tratta di comprendere la funzione feconda e insopprimibile della contraddizione come legge di sviluppo della realtà e non come semplice negazione estrinseca. Pertanto la logica hegeliana si contrappone alla logica tradizionale, fondata sul principio di identità e di non contraddizione, e considerata non in grado di giungere alla mediazione, ossia a cogliere l’unità degli opposti nella loro sintesi. Sintetizzando, la logica hegeliana si divide in tre parti: la dottrina dell’Essere, che riguarda il pensiero nella sua immediatezza, il concetto in sé; la dottrina dell’Essenza, che concerne il pensiero nella mediazione, il concetto in quanto appare, in quanto diventa per sé; la dottrina del Concetto, che riguarda il pensiero tornato a sé attraverso la mediazione, il concetto in sé e per sé. Solo nel Concetto si trova la verità dell’Essere e dell’Essenza. La logica hegeliana non è quindi una semplice analisi formale dei termini, categorie e giudizi, ma è un sapere oggettiva perché ha come contenuto il vero Assoluto, l’Idea come unità di concetto e di realtà. Secondo H. occorre eliminare il pregiudizio che la dialettica abbia un risultato soltanto negativo: la negazione dialettica non è mai assoluta, ma è sempre la negazione di un limite che provoca il superamento di esso, conservandone gli aspetti positivi.

 

Filosofia della natura

La filosofia della natura rappresenta il secondo momento dello sviluppo dell’Idea, che esce dalla sua purezza originaria (momento della Logica, che rappresenta la scienza dell’idea pura) divenendo natura. Infatti, lo schema dialettico hegeliano si esprime nei tre momenti dell’IDEA come TESI, della NATURA come ANTITESI e dello SPIRITO come SINTESI. Pertanto la NATURA è vista da H. come l’IDEA nella forma dell’essere altro, la negazione dell’idea, l’Idea che esce fuori di sé. La filosofia della natura, nella riflessione hegeliana , è un’esplorazione dei molti modi in cui un ente naturale si organizza come tale; ed è una ricognizione dei molti significati possibili della dimensione natura; è la teoria dello sviluppo della natura nei suoi tre gradi. La natura è il dominio dell’esteriore, dell’ente fisico determinato, soggetto a leggi universali, necessarie ed eterne. La natura –scrive Hegel- non mostra nella sua esistenza, libertà alcuna; ma solamente necessità ed accidentalità. Per H. essa costituisce una totalità vivente, in quanto la serie dei suoi gradi ha come scopo interno e necessario –anche se, ovviamente, inconsapevole- il ritorno dell’Idea a sé stessa nello Spirito. Così, dal grado massimo di esteriorità e di opposizione all’Idea che si riscontra nella materia informe, attraverso la corporeità come materia dotata di forme specifiche si giunge all’organismo vivente che è la forma più alta della natura, la soglia da cui prende le mosse lo Spirito. La filosofia della Natura ha tre sfere fondamentali che stanno tra loro in rapporto dialettico:

1)la MECCANICA, che concerne la natura come materia priva di forme, come esteriorità spazio-temporale;

2)la FISICA, che concerne la natura come materia ormai determinatasi in forme naturali, come i corpi fisici dotati di certe proprietà (es. peso specifico, suono, calore);

3)l’ORGANICA, che concerne la natura come vita dove ogni individualità corporea non solo ha una forma specifica, ma ha una tendenza interna a realizzarla come totalità concreta, ossia come organismo in cui le parti sono connesse tra loro. Il fine immanente dell’organizzazione naturale è la vita. Il senso ultimo dell’esistenza naturale è oltre di essa e va ricostruito a livello diverso: al livello dello spirito. Lo spirito è la verità della natura. Hegel insiste molto sul momento di negatività costituito dalla natura, che è “decadenza dell’idea da sé”. Il filosofo tedesco non mostra alcuna simpatia per la natura, superando la visione rinascimentale e romantica di essa. Alla tesi secondo cui un piccolo evento naturale come un fiore o una pagliuzza possono farci conoscere la Verità e Dio, Hegel contrappone la tesi secondo cui il più piccolo evento dello spirito ci fa conoscere la Verità e Dio in modo superiore, e che perfino il male che l’uomo compie è addirittura infinitamente superiore ai moti degli astri e all’innocenza delle piante, in quanto il male è un atto di libertà, la quale costituisce l’essenza dello spirito.

Filosofia dello Spirito

Lo SPIRITO è l’IDEA IN SE’ E PER SE’, l’Idea che ritorna a sé dalla sua alterità. Come momento dialetticamente conclusivo, ossia come risultato del processo, lo Spirito è la più alta manifestazione dell’Assoluto. IDEA e NATURA vanno visti come ideali momenti dello SPIRITO che ne costituisce la sintesi. Anche la Filosofia dello spirito, come ogni parte del sistema hegeliano, è strutturata in maniera triadica, e quindi divisa in tre momenti: 1) SPIRITO SOGGETTIVO; 2) SPIRITO OGGETTIVO; 3) SPIRITO ASSOLUTO.

Con l’uomo la natura (secondo momento del processo dialettico) raggiungeva la sua espressione più alta e nell’uomo iniziava il superamento dell’alienazione dell’Idea, il ritorna dell’Idea in sé.

Lo Spirito soggettivo nasce quando comincia il superamento dell’uomo come essere semplicemente naturale e nell’uomo si risveglia la coscienza. Anche all’interno dello spirito soggettivo possiamo distinguere tre momenti: l’ANTROPOLOGIA, la FENOMENOLOGIA, la PSICOLOGIA. L’ANTROPOLOGIA è lo studio dell’anima, definita da Hegel come “totalità semplice e immediata” di quelle disposizioni della vita spirituale che “si fondano sul convivere dell’uomo con la natura: che si determinano, dunque, in rapporto a situazioni ambientali, geografiche, climatiche”. Lo Spirito ha, pertanto, radici naturali: l’anima indica proprio quel complesso di legami tra spirito e natura che nell’uomo si manifestano come carattere, temperamento, abitudini. Il secondo momento dello Spirito Soggettivo, oggetto della FENOMENOLOGIA, è quello della coscienza. In questa sezione Hegel segue lo sviluppo della coscienza fino all’autocoscienza e alla ragione, nei termini già visti nella Fenomenologia dello Spirito. L’ultimo momento, oggetto della PSICOLOGIA, è la sintesi dei due precedenti, dell’anima e della coscienza, portati su un piano più alto, quello della conoscenza e della volontà. Dalla sintesi di intelligenza e volontà si giunge allo Spirito soggettivo vero e proprio che non soltanto è libero (come la volontà), ma sa (come intelligenza) di essere libero e aspira a realizzare la libertà. Tuttavia questa realizzazione può compiersi solo attraverso un nuovo passaggio dialettico, dallo Spirito soggettivo allo Spirito oggettivo, cioè al mondo della storia e delle istituzioni.

Lo Spirito oggettivo è, secondo alcuni interpreti, il momento più significativo e specifico dell’hegelismo. Lo Spirito oggettivo è il momento della realizzazione della libertà in un ordine intersoggettivo attraverso tre gradi dialettici: diritto, moralità, eticità. La libertà, che costituisce il punto d’arrivo dello Spirito soggettivo, per non rimanere astratta, deve concretizzarsi inizialmente nelle cose e negli oggetti esterni. Nasce così la prima forma del diritto, cioè la proprietà: se l’uomo fosse solo non ci sarebbero limiti alla sua appropriazione delle cose, ma l’esistenza di altre persone pone la necessità di limitare il diritto di ognuno. Il contratto riconosce questa limitazione. La rottura del contratto è il delitto e al delitto, come rottura del rapporto giuridico, si contrappone la pena. Ma la libertà ha bisogno di realizzarsi ad un piano più alto della legge esteriore (diritto), quello della moralità (legge interiore). Lo Spirito nella moralità, da persona astratta, semplice oggetto di diritto, diventa soggetto morale di intenzioni e di propositi. Nella moralità il soggetto si innalza ad un contenuto universale, cioè al concetto di bene, che però non deve restare solo nell’interiorità, ma deve anche realizzarsi nell’esistenza esteriore.. Si ha così l’eticità. L’eticità è la sintesi dei due momenti precedenti, e si realizza a sua volta nei tre momenti della famiglia, società civile, Stato. In ognuno di essi l’individuo si scopre membro di una totalità vivente, dapprima nel nucleo familiare (che non è un semplice contratto, come per Kant, ma un istituto fondato sull’amore e sui sentimenti); poi nell’orizzonte più vasto della società civile, considerata come un sistema di bisogni che si articola nelle diverse corporazioni e nelle diverse classi sociali: agricoltori, artigiani, impiegati e proprietari; infine nello Stato che, come sintesi di famiglia e società civile, di diritto e moralità, è l’Idea stessa che si manifesta nel mondo, “l’ingresso di Dio nel mondo”: “lo Stato, in sé e per sé, è la totalità etica, la realizzazione della libertà”. Lo Stato non esiste per il cittadino, ma al contrario, è il cittadino che esiste per lo Stato. Il cittadino esiste solo in quanto membro dello Stato. Molti critici hanno accusato Hegel di aver divinizzato lo Stato e di aver teorizzato il totalitarismo. Lo Stato, in altri termini, non è soltanto un’entità astratta e neppure il frutto di un ipotetico contratto di volontà singole, bensì l’espressione oggettiva, in forma di istituzioni storicamente determinate, dello Spirito di un Popolo o, più esattamente lo Spirito dei diversi popoli che si succedono nella storia. H. rigetta, quindi, la teoria del “contratto sociale” (Rosseau): lo Stato non deriva la sua sovranità dal popolo, ma da se stesso, dalla propria sostanza. H. giunge all’esaltazione della guerra, considerata come il mezzo per conservare la “salute etica”, simile al vento che impedisce alle acque di ristagnare e corrompersi. “La storia, senza guerre, registra solo pagine bianche”. E’ proprio mediante lo Stato e la dialettica che si istituisce tra gli Stati che si realizza la storia.

La storia, a cui sono dedicate le Lezioni sulla filosofia della storia, è certamente l’insieme delle vicende dei vari Stati nel tempo, ma, attraverso queste vicende, si manifesta qualcosa di più alto e necessario, cioè lo Spirito universale, lo Spirito del Mondo che, di volta in volta, si incarna nello spirito di singoli popoli e realizza così la sua piena e totale libertà. “la storia è il dispiegarsi dello Spirito nel tempo”. Concretamente lo Spirito del Mondo si manifesta in vari popoli come Spirito del Popolo. Momenti particolari dello Spirito del Mondo sono anche gli “individui cosmico-storici”, che sono i grandi eroi, capaci di cambiare il mondo in cui vivono e di preparare il futuro. Apparentemente tali individui (Alessandro, Cesare, Napoleone) non fanno che seguire la propria passione e ambizione: ma si tratta di un’astuzia della ragione, che si serve degli individui e delle loro passioni per attuare i suoi fini. Rispetto a tali fini tanto gli individui che i popoli sono soltanto mezzi. Come gli individui, anche lo spirito particolare dei popoli nasce, fiorisce e muore. Nel popolo tedesco, a partire dalla Riforma, H. vede il “dominatore£ della sua età. Il fine ultimo della storia del mondo è la realizzazione della realtà dello Spirito. Questa libertà si realizza, secondo H., nello Stato: è lo Stato, dunque, il fine supremo. La storia del mondo è, da questo punto di vista, la successione di forme statali che segnano un progressivo incremento di razionalità e libertà, dal mondo orientale (in cui uno solo è libero), al mondo greco-romano (in cui pochi sono liberi), a quello cristiano-germanico (ove tutti gli uomini sono liberi). In quest’ultima fase lo Spirito sembra essersi pienamente realizzato. Dopo essersi realizzata nella storia come libertà, l’Idea conclude il suo “ritorno a sé” nell’autoconoscersi assoluto.

Lo Spirito assoluto è dunque l’Idea che si autoconosce in maniera assoluta. Il processo del ritorno in sé dell’Idea, la realizzazione della sua piena autocoscienza, si attua completamente solo quando lo Spirito da oggettivo diventa assoluto, quando cioè risolve in sé ogni realtà finita e manifesta così la sua totale libertà. Tre sono i momenti in cui si articola questo processo dialettico: arte, religione, filosofia. Hegel parla del mondo classico come il mondo dell’arte, di quello cristiano-medioevale come il mondo della religione, di quello moderno come il mondo della filosofia. Tutte e tre sono manifestazioni dell’Assoluto, ma in tre forme diverse: l’arte nella forma dell’intuizione, la religione nella forma della rappresentazione, la filosofia nella forma del concetto. L’arte è dunque un momento della manifestazione dell’Assoluto, ed essa lo esprime servendosi di immagini e di elementi naturali; il bello è l’apparenza sensibile dell’Idea. Rispetto alla tradizionale distinzione tra bello naturale e bello artistico, Hegel riconosce il primato del secondo: la natura è, infatti, alienazione, assenza di libertà. L’arte esprime il momento dell’oggettività in forme plastiche e oggettive: certo la fantasia creatrice dell’artista ha un ruolo primario, ma, perché vi sia arte, è necessaria che essa non vada distinta dalla sua opera. Hegel distingue tre forme d’arte: quella simbolica in Oriente, quella classica nel mondo greco della polis, quella romantica nel mondo cristiano-germanico. L'ambito successivo, che sorpassa il regno dell’arte, è quello della religione. Nella religione l’Assoluto viene colto non nell’intuizione della forma sensibile, come segno dell’Idea (come nell’arte), ma nella rappresentazione, in quanto l’Assoluto è trasferito dall’oggettività dell’arte nell’interiorità del soggetto. Anche la religione ha una prima fase “naturale” (Dio è immerso nella natura e il culto consiste nella venerazione di oggetti materiali), una fase intermedia “artistica” (greco-romana) e infine quella “assoluta” (il Cristianesimo). La religione viene superata dall’ultima forma dello Spirito Assoluto che è la filosofia, dove l’Assoluto viene colto nella forma del concetto. Nella filosofia l’Idea raggiunge l’assoluta autocoscienza e il processo dialettico trova la sua sintesi conclusiva. Nella filosofia sono unificati i due lati dell’arte e della religione: l’oggettività dell’arte e la soggettività della religione. La filosofia viene a coincidere con la storia della filosofia e si dispiega nei tre momenti dell’antichità greca, della cristianità medioevale e della modernità germanica. C’è identità tra filosofia e storia perché realtà e idea coincidono: la realtà non è altro che il processo dell’idea verso la sua autocoscienza.

Con Hegel la filosofia raggiunge uno dei suoi apici. Nella sua gigantesca costruzione, il sistema hegeliano non poteva essere conservato così com’era, da nessuno. Tra gli stessi hegeliani si formarono profondissime spaccature, che portarono addirittura ad una Destra e ad una Sinistra assai distanti tra loro: la Destra ha radicalizzato il sistema, la Sinistra lo ha ampiamente ridimensionato. Nell’orazione funebre si disse che sul trono lasciato vuoto da Alessandro non sarebbe salito nessun successore.