Ricordi

di Pino Di Lorenzo

 

Era una mattina primaverile. Trafficato da diversi colori che volteggiavano, s'inseguivano, viravano, il cielo accoglieva gaudioso il loro aliare. Quell'insieme di cinguettii non poteva non creare nella mente dei passanti un pentagramma percorso da soffici note. Il vento accarezzava le foglie, ed esse, accettando il gesto, dolcemente si piegavano. Il sole distribuiva i suoi raggi uniformemente, alimentando la natura sottostante. Dopo un bel pò di tempo d'attesa (ero ebbro per la bellezza che la natura esprimeva) giunse il treno. Lo stridio dei freni cambiò rotta alla mia mente, occupata a veleggiare in una selva fiabesca. Salii, e dopo qualche istante, la locomotiva partì. Essa mantenne per poco la velocità costante, perché ad un tratto decelerò improvvisamente, fermandosi. I colori caratterizzanti la natura che, fino a pochi istanti, venendomi incontro, si erano rincorsi con un fare quasi furbesco, si fermarono come per trovare un sicuro ed immediato nascondiglio. Volsi lo sguardo con più attenzione, rispetto a quanto avessi fatto prima, verso il finestrino. Verb... Una rondine virò dinanzi a me, spaventandomi in un primo momento, ma poi producendo sul mio viso un breve sorriso. Seguii il suo aliare, con molte difficoltà, ma poi fui rapito da mille cinguettii, che da zone diverse, davano voce ad alberi, siepi, cose. Lo strattone della locomotiva strappò la mente dal verdeggiante quadro. Di nuovo, la natura policromatica mi venne incontro velocemente. Avevo preso quel treno, di buon mattino, per rivedere una dolce ragazza, conosciuta due giorni prima. ricordo che avvicinandomi a lei, con una scusa  banale e sicuro di colpirla con la mia facile eloquenza, rimasi zittito, osservandole il viso. Chiesi di poter passeggiare con lei; mi rispose che di lì a pochi  giorni sarebbe andata via, e che quindi non era  il caso. Capii di trovarmi di fronte una ragazza con un cuore che per lungo tempo era stato fertilissimo, ma  che talune cose, circostanze, persone avevano inaridito, spaccandolo e quindi producendo tanto scetticismo verso qualunque ragazzo, verso il mondo. Insistetti per vederla. Alla fine, forse stufa delle mie continue richieste, acconsentì. Il treno, rallentando con la solita poca grazia, mi fece capire che stavo per giungere nel luogo dell'appuntamento. Avevo le mani sudate. Le strofinai velocemente sui pantaloni, inutilmente. Mi alzai; mi volsi nuovamente verso il finestrino, per trovare con i giochi di luce ed ombra, uno spazio di vetro dove specchiarmi. Ero pronto. Scesi dal treno. La mente fu improvvisamente visitata da decine di pensieri, che confusamente si scontravano per cercare un posto dove soggiornare. Accelerai il passo e nel contempo cercai, invano, di fotografare tutto ciò che in quel momento mi circondava. un soffio di vento mi vestì di freschezza il viso. Attraversai l'atrio della stazione, agitato, tant'è che urtai un signore che s'apprestava a prendere in ritardo il treno. Mi volsi per scusarmi, ma egli continuò a correre. Rimasi col capo rivolto verso quel passeggero fino a quando i miei timpani furono attraversati da un accento elegante, melodioso: "Ciao Pino". I miei occhi furono come guidati, veicolati verso quel dolce suono, seguendo il percorso che le sue parole avevano tracciato nell'aria, creando un sentiero meraviglioso da attraversare. Mi avvicinai. Lo spazio che ci divideva iniziò pian piano a diminuire. Giunto a pochi centimetri da lei, la guardai, muto, con più attenzione. Non si poteva certo dire che  fosse una ragazza dai lineamenti comuni: il suo viso celava un insieme di tradizioni; i suoi verdeggianti occhi sembravano un dipinto nel quale si vedeva un oceano corallino, navigato da un'esile barchetta; il nasino sembrava il frutto di un accurato lavoro rinascimentale; le gote, un'opera del Barocco; le sue labbra, morbidi nascondigli; il corpo, coperto di colori leggeri, frutto di un'attenta riproduzione classicheggiante. Ricordo ancora che, mentre mi osservava, con un pò di vergogna, sovente chinavo gli occhi verso il basso, ma poi subitamente la sua voce li ripescava come dal fondo di un oceano. Trascorsi due ore standole accanto, e mi parve di colloquiare con un angelo, camminando su nuvole sparse. Il sole iniziò a colpire fortemente la natura ormai zittita. Il cielo, ora, era meno trafficato, ma quel ridotto aliare comunque continuava a creare meravigliose traiettorie. Il vento, stanco, aveva cessato da poco di accarezzare le frasche, per concedersi un riposino. Qualche chicchiricchio, intramezzato dal trillare di un grillo, riportò in vita per un attimo la natura. Mi accompagnò al treno. Prima di lasciarci, mi regalò un semplice sorriso. Le presi le mani e con i pollici, prima accarezzai i suoi dorsi e poi avvicinai al sua destra al mio viso e la sfiorai con un bacio. Il treno ripartì ed ella si allontanò, e con lei, anche quell'esile barchetta a vela che nel frattempo aveva raggiunto quella linea orizzontale che divide due mondi, diventando un puntino sempre più piccolo, invisibile.