Polvere di stelle

 

La fiammella ondeggiava, danzando sinuosamente, rapita com'era dal mio ansare affannoso, quasi a volersi finalmente spegnere e stendere così un velo pietoso sul mio viso. Il mio viso... quale orrenda maschera della vita copriva il mio volto? Me l'ero più volte chiesto, mentre agitato percorrevo la scalinata a chiocciola, passo dopo passo, ma tutta d'un fiato. In una mano stringevo crudelmente la mia condanna, e nell'altra quella piccola candela accesa. Nonostante più volte la fiamma avesse tremolato al mio incedere accelerato, aveva ripreso vigore ogni volta. Mi fermai stupito a guardarla... era davvero ben curiosa la sua ostinazione vitale nel continuare a bruciare... assurda quasi quanto la mia nel voler salire! La posai su un gradino di pietra e sedetti a mia volta accantole. Ero lì, solo, con quell'unica luce a rischiararmi il cuore tenebroso. Istintivamente provai l'impulso di spegnerla, abbandonarmi all'oscurità, magari al dolce oblio del sonno. Vana pretesa! Mille e più pensieri s'affollavano tutti nella mente e mi stringevano la gola. Gli occhi lucidi, dapprima fissi verso quella fioca luce, troppe volte si contorcevano nel penetrare il buio, alla ricerca di una risposta sconosciuta, o forse, peggio, già nota. Presi la lettera e la rilessi. Non so dire cosa vi trovai più della prima lettura. E non c'era molto su cui appigliar facili illusioni. Amava un altro, così diceva, ed adduceva le scuse più banali, più atroci da leggere. Adesso diventavan chiari i suoi ultimi comportamenti, le sue ultime offese al mio amore. Rabbrividii a quel pensiero. Accartocciai la lettera con disprezzo, ma non riuscivo a liberarmene. Allora mi venne l'idea: la stesi di nuovo avvicinandola perfidamente alla candela ed attesi finché la fiamma cominciò a lambirla, mentre la carta piacevolmente si avviluppava incenerita. Mi rimasero in mano pochi brandelli ancora, prima che decidessi di disfarmene. Eppure non potevo muovermi: un peso sovrumano mi opprimeva le gambe. Feci appello al raziocinio rimasto e salii pian piano gli ultimi gradini. Ero finalmente arrivato in cima alla torre, proprio alla base della lanterna del vecchio faro. La vista offuscata dalle lacrime si aprì al cielo di astri lontani, che sembravan strizzare gli occhi alla mia malinconia. E per un attimo la tristezza s'illuminò di quelle piccole stelle, desiderosa di stemperarsi in tale visione.  Il silenzio luminoso dell'infinito, rotto solamente dallo sciabordio soffuso delle onde che si infrangevano sugli scogli, mi avvolse e pareva annichilirmi nella sua fredda lucentezza. Gridai al vento cosmico la mia solitaria disperazione: «Le mie lacrime si disperdono nel nulla, come polvere di stelle. Che vale esser tanto piccoli se poi grande è il dolore da sopportare? E di questo gravoso affanno... non resterà neanche una pur misera luce a testimoniarlo! Ahimé, è questo dunque l'amaro dono del sentimento più strano dell'uomo? L'amore... stupido amore!». Un astro parve brillare più degli altri e qualcosa, dentro il mio essere, s'infiammò a rispondergli: «Ho perso la mia stella più bella ma... avevo dimenticato che... io sono l'universo! Anzi, io sono il Dio di quell'universo, creatore delle sue stelle e dei suoi mondi... finché ne avrò forza! Se è giusto che io soffra, allora soffrirò... ma nessun dolore, pur grande che sia, potrà mai spegnere il fuoco di un infinito! Ed io brucio in quelle fiamme...». Mi sentivo rinfrancato. La dolce euforia di quella follia intellettiva mi permeava completamente. Mi accinsi a scendere per tornare a casa. Giunto al suolo feci in tempo a rivolgere l'ultimo pensiero al firmamento: "Care stelle, potrete esser luminose quanto vogliate, ma non brillerete mai come me...". Non mi giunse risposta... persino il mare sembrava tacere le sue acque...

 

Torna indietro