FRIEDRICH NIETZSCHE

di Maria Laura Valente

 

 

 

VITA E OPERE

Critico spietato del passato, dissacratore dei valori tradizionali e propugnatore dell’uomo che deve ancora venire, N. fu ben consapevole del suo destino: “Si legherà un giorno al mio nome il ricordo di una crisi, come non ce ne fu un’altra simile sulla terra… Io non sono un uomo, sono una dinamite… sono necessariamente pure un uomo del destino”. N. si interpreta come un uomo del destino, come colui che contraddice “come mai è stato contraddetto”. Egli contraddice il Positivismo e la sua fiducia nella scienza, l’Idealismo e lo Storicismo per la falsa idea di progresso nella storia. Di contro alla “morale degli schiavi”, egli esalta la “morale degli aristocratici”, che sorge da un trionfante dir di sì a se stessi. La filosofia di N. si pone, dunque, come inversione delle idee filosofiche e dei valori morali tradizionali. Le interpretazioni di N. sono state le più disparate e controverse. Di volta in volta, si è visto in N. l’antipositivista, o l’antidemocratico che disprezza il popolo, o l’artista aristocratico e decadente (come D’Annunzio), o un materialista, o anche il primo vero esistenzialista. E c’è poi tutto un filone interpretativo che ha visto in N. il profeta del nazismo, della violenza militaristica e della superiorità della razza ariana. In realtà, quel che è accaduto è che la sorella di N., Elisabeth, custode gelosa dei manoscritti del fratello, spinta dall’idea di una palingenesi universale da affidare alla nazione tedesca, volle fare del fratello una guida spirituale di tale palingenesi. E con interventi arbitrari e tendenziosi sulle pagine manoscritte del fratello pubblicò la Volontà di potenza, dove idee quali quelle di “superuomo “, di “volontà di potenza”, ecc. –che nel contesto globale del pensiero di N. hanno ben altro significato- appaiono come negazione di ogni umanitarismo e della democrazia, e come i fondamenti teorici della politica più violenta ed aggressiva, dello stato totalitario e della razza “pura dei superuomini”. Sennonché (e questo è confermato dall’edizione autentica dei suoi scritti), una tale interpretazione del “superuomo” di N. come profeta del nazismo è esclusa dal contesto della sua filosofia: il superuomo non è il nazista, ma è il filosofo che annunzia una nuova umanità, una umanità che, liberandosi da antiche catene, va al di là del bene e del male. Soltanto nel secondo dopoguerra è stata avviata una pubblicazione rigorosa dei testi editi ed inediti nietzscheani. Le principali scuole filosofiche contemporanee hanno peraltro continuato a considerare con molta diffidenza questo pensatore. E’ stato solo negli anni più recenti che l’opera di N. ha cominciato ad ottenere un più franco riconoscimento del suo rilievo storico e filosofico. Nato a Röcken, in Sassonia nel 1844 (il padre era un pastore protestante), N. compie gli studi universitari a Bonn e a Lipsia. Laureato in Filologia classica, a soli 24 anni viene chiamato a ricoprire la cattedra della relativa disciplina nell’Università di Basilea. A Lipsia aveva letto Il mondo come volontà e rappresentazione di Schopenhauer, lettura destinata a lasciare nel pensiero di N.una impronta decisiva. A Basilea stringe amicizia con il famoso storico Jacob Burckardt. Nel 1872 esce la Nascita della tragedia dallo spirito della musica, che susciterà un vasto dibattito nel quale il giovane filologo fu difeso, tra gli altri, da Richard Wagner. L’amicizia col grande musicista risaliva al 1868, e avrà per alcuni anni un profondo significato per Nietzsche, che in Wagner vede il simbolo dell’artista “tragico”, potenziale ispiratore di un radicale rinnovamento della cultura contemporanea. E per contribuire anch’egli a questo rinnovamento N. abbandona la filologia per la filosofia. Tra il 1873 e il 1876 pubblica le 4 Considerazioni Inattuali, brevi scritti polemici. Nel frattempo rompe l’amicizia con Wagner, considerato un “istrione” assetato di successo mondano. La testimonianza di tale rottura la troviamo in Umano, troppo umano (1878), dove l’autore prende ormai le distanze anche dalla filosofia di Schopenhauer. Per ragioni di salute si dimette dall’insegnamento nel 1879 e inizia una irrequieta vita di vagabondaggi per l’Europa (Italia, Francia, Svizzera), alla ricerca di una salute psico-fisica che non tornerà mai. Del 1882 è la Gaia scienza. Nonostante le ricorrenti crisi depressive, N. continua a scrivere. A partire dal 1883 comincia a pubblicare Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno, che terminerà solo nel 1885. Nel 1886 esce Al di là del bene e del male. Preludio di una filosofia dell’avvenire. Del 1887 è la Genealogia della morale. L’anno successivo N. compone: Il caso Wagner, Il crepuscolo degli idoli, L’Anticristo, Ecce homo. A Torino lavora alla sua ultima opera, la Volontà di potenza, che però non riesce a portare a termine. Il 3/1/1889 cade preda della pazzia, gettandosi al collo di un cavallo che il padrone stava bastonando di fronte alla sua abitazione torinese. Muore il 25/8/1900, immerso nelle tenebre della follia. A tanti anni dalla sua morte è indubbio il suo influsso in letteratura, psicoanalisi, estetica e filosofia, ma anche sulla riflessione morale e sulla filosofia della religione.

 

Dioniso, Apollo, Socrate

Anche per N., come per gran parte della filosofia romantica e idealistica tedesca, il rapporto con la Grecia ha un ruolo determinante. Nel mondo greco N. scorge la stagione spiritualmente più alta e più ricca della storia umana. La Grecia a cui si rifà N. non è, però, quella della scultura classica, della civiltà ateniese e della filosofia di Socrate, Platone e Aristotele, bensì la Grecia del VI sec. a.C., dei Presocratici, della tragedia antica in cui predominava ancora il coro. Ne La nascita della tragedia greca del 1872 N. compie una valutazione organica delle radici della civiltà europea che viene ricondotta a due momenti essenziali: il dionisiaco e l’apollineo. Dioniso è l’immagine della forza istintiva, della passione sensuale e dell’ebbrezza creativa, della gioia e del piacere, è il superamento delle singole individualità nella danza e nella festa, nell’incontro con gli altri e nella riconciliazione con la natura. Accanto al dionisiaco, lo sviluppo dell’arte greca è legato, per N., all’apollineo, che è un atteggiamento esistenziale (e artistico culturale) ispirato dalla ragione e dalla riflessione, dalla misura e dalla moderazione, dal controllo dei sensi e degli istinti. Nel mondo greco c’è contrasto tra l’arte figurativa (scultura e poesia) di Apollo e l’arte non figurativa della musica, quella di Dioniso. I due istinti tanto diversi tra loro procedono per lo più in aperta discordia, finché compaiono accoppiati nella tragedia attica, tanto dionisiaca che apollinea. Quando poi, con Euripide, si tenta di eliminare dalla tragedia l’elemento dionisiaco a favore degli elementi morali ed intellettualistici, è già Socrate che parla, con la sua folle presunzione di capire e dominare la vita con la ragione. Socrate ha combattuto il fascino dionisiaco, fu ostile alla vita, disse di no alla vita, aprendo così un’epoca di decadenza nella quale noi stessi tuttora viviamo.

 

Stupidita' dei fatti e saturazione della storia

Contro l’esaltazione della scienza e della storia N. scrive, tra il 1873 e il 1876, le Considerazioni inattuali. Non che N. neghi l’importanza della storia; ciò che combatte è quella che lui chiama “saturazione di storia”. L’eccessivo interesse per il passato, il vivere nel ricordo non fa che distruggere la personalità dell’uomo e impedirne ogni libera e nuova esplicazione. N. combatte l’idolatria del fatto e le illusioni storicistiche poiché, a suo avviso, i fatti sono sempre “stupidi” e insensati: essi hanno bisogno dell’interprete, e per questo sono solo le teorie ad essere intelligenti. Inoltre, chi crede nella “potenza della storia”, si fa “esitante e insicuro, e non può più credere in sé”. L’individuo diventa, così, il passivo spettatore di un processo –la storia- che lo trascende. La sua personalità, allora, si indebolisce e si richiude in se stessa. Sono tre gli atteggiamenti che N. distingue di fronte alla storia. C’è la storia monumentale ed è la storia di chi cerca nel passato modelli per l’azione presente; quella antiquaria che conserva il passato con i suoi valori quale fondamento del presente; infine quella critica che condanna e distrugge quegli elementi che impediscono il realizzarsi di nuove forme di vita. Quest’ultimo atteggiamento, secondo N., è l’unico che consente all’uomo di liberarsi da una mentalità decadente e di creare nuovi valori.

 

Distacco da Schopenhauer e da Wagner.
Filosofia come smascheramento illuministico dei miti

Gli scritti successivi –da Umano, troppo umano, ad Aurora, alla Gaia scienza- aprono una nuova fase dfel pensiero di N. Uno degli aspetti più vistosi di essa è il distacco da Schopenhauer e soprattutto da Wagner. Del primo respinge la concezione pessimistico-tragica dell’esistenza, propria “dei rinunciatari, dei falliti e dei vinti”, che consiste in una fuga dalla vita. Il distacco da Wagner fu, però, più significativo e doloroso. Nell’arte di Wagner aveva visto lo strumento della rigenerazione, ma presto dovette ammettere di essersi illuso: in realtà l’arte di Wagner rappresentava la più sublime difesa della trascendenza e del mondo ultraterreno. L’allontanamento di N. dai suoi due grandi maestri ha significato per lui più che la rottura di un’amicizia: ha voluto dire distacco critico dal Romanticismo con il suo falso pessimismo,dall’Idealismo, dal Positivismo, dall’Evoluzionismo, pseudo-giustificazioni metafisiche dell’uomo e della sua storia. Il compito che egli affida alla riflessione è di smascherare tutte le costruzioni metafisiche e spirituali elaborate dall’uomo che, in realtà, sono “umane, troppo umane”. Sono cioè costruzioni che esprimono solo gli istinti e gli appetiti, le passioni e gli interessi di quell’essere tutto materiale e terreno che è l’uomo, mentre vengono presentate come nobili, vere e spirituali e come verità eterne e assolute. L’illuminismo di N. si caratterizza come sfiducia nelle metafisiche e loro rifiuto, apertura nei riguardi delle possibili “infinite interpretazioni” del mondo e della storia, avvio di un radicale processo alla morale, critica alla religione e allo stesso concetto di Dio.

 

La morte di Dio e l'Anticristo

“Dio è morto”, scrive N. in una celebre pagina della Gaia scienza. Questo tema, uno dei più originali del pensiero nietzscheano, sarà ripreso in Così parlò Zarathustra. Il filosofo immagina che l’antico riformatore religioso persiano Zarathustra sia tornato sulla terra per annunciare una nuova dottrina all’umanità. Il tema che costituisce un po’ il presupposto di tale dottrina è la “morte di Dio”. La civiltà occidentale si è venuta via via staccando da Dio: è così che l’ha ucciso. Ma “uccidendo” Dio, si eliminano tutti quei valori ed ideali connessi al mondo del Soprannaturale. La morte di Dio è un fatto del quale non ci fu più grande. E’ un evento che divide la storia dell’umanità, un avvenimento tremendo e sconvolgente, che segna il crollo di un’impalcatura di credenze e di certezze su cui gli uomini hanno basato la loro vita per due millenni e che ora non sono per nulla preparati a sostituire. Sulle ceneri di Dio N.-Zarathustra innalzerà l’idea del superuomo, dell’uomo nuovo che ha reciso i legami col trascendente e ha scoperto l’autosufficienza ed il valore della propria natura corporea e terrena. Nell’Anticristo N. espone la sua posizione di fronte al Cristianesimo. Questo ha considerato peccato tutti quelli che sono i piaceri e i valori della terra, “ha preso le parti di tutto quanto è debole, abietto, malriuscito, E’ la religione della compassione. Nel Dio cristiano N. scorge la divinità degli infermi, un Dio degenerato fino a contraddire la vita. In Dio è dichiarata inimicizia alla vita, alla natura, alla volontà di vivere” Nonostante tutto ciò, N. è catturato dalla figura del cristo (“Cristo è l’uomo più nobile”; “il simbolo della croce è il più sublime che sia mai esistito”) e distingue tra Cristo e il Cristianesimo (“il Cristianesimo è qualche cosa di profondamente diverso da quello che il suo fondatore volle e fece”). Mentre nella predicazione di Cristo mai affiora traccia di risentimento o di odio per la vita, nel successivo indirizzo impresso al Cristianesimo da S.Paolo N. vede odio e risentimento per tutto ciò che è nobile ed aristocratico e la negazione della vita terrena. Da N. sono molto più apprezzate le forme originarie del Cristianesimo, più vigorose e radicali, che non le successive elaborazioni, troppo complesse e sostanzialmente inclini al compromesso.

 

La critica della morale: trasvalutazione di tutti i valori

Nelle opere Al di là del bene e del male e Genealogia della morale N. sottopone a una critica serrata la morale. “Fino ad oggi –scrive N.- non si è neppure avuto il minimo dubbio o la minima esitazione nello stabilire il “buono” come superiore, in valore, al “malvagio” (…) Come? E se la verità fosse il contrario? E se nel bene fosse insito anche un sintomo di regresso, come pure un pericolo, una seduzione, un veleno?” Per rispondere a questi interrogativi N. procede ad un’analisi del “meccanismo” della morale che ne coglie gli aspetti più sconcertanti. Il metodo adottato è chiamato “genealogico” in quanto consiste nel risalire all’origine dei comportamenti etici e dei loro valori. Esso conduce ad una conclusione inquietante. La morale è essenzialmente uno strumento di dominio: la morale consiste infatti nell’istituzione di un sistema di valori grazie al quale alcuni uomini soggiogano i loro simili. Sono stati i “buoni” a stabilire (naturalmente in modo tutt’altro che disinteressato) che cosa sono il bene e il male e a costruire il rituale della ricompensa e della punizione. Parallelamente al sistema di valori, la civiltà fondatasulòla morale ha costruito un preciso modello di uomo: un uomo che crede nella necessità dei valori, accetta il principio dell’ubbidienza, ricorda gli ordini e mantiene la promesse. Attraverso un esame psico-sociologico della genesi dei principali concetti e valori etici, N. giunge alla conclusione che la morale è essenzialmente la legittimazione a livello “spirituale” dei rapporti instauratisi a livello pratico tra diverse classi sociali. I due fondamentali schieramenti nei quali si divide per N. l’umanità sono gli “schiavi” e i “signori”. Entrambi i partiti elaborano una loro morale. La morale dei signori privilegia i valori dell’individualismo e del disinteresse, della fiereza e dell’orgoglio, della volontà di potenza e della generosità. La morale degli schiavi è invece una morale sociale ed utilitaristica, interamente sospettosa e diffidente, che sul piano individuale predica l’umiltà e il rispetto delle forme, e sul piano sociale la democrazia e il socialismo. Considerata da un punto di vista antropologico, la morale tende soprattutto ad indebolire l’uomo: un uomo più debole sarà un più docile oggetto delle forze ideologico-sociali che hanno costruito i sistemi etici. Tale opera di indebolimento viene realizzata attraverso una sorta di ‘de-naturamento’ dell’essere umano. L’uomo, scrive N., è l’unica creatura che si è separata dalla sua condizione animale. L’essere umano desiderava soddisfare le proprie pulsioni; la morale lo ha spinto ad allontanarsi dalla propria vera natura originaria e a vergognarsi dei suoi istinti. Espropriato dalle sue pulsioni vitali, ‘de-naturato’ al proprio interno dalla coscienza e al proprio esterno dagli ideali morali, l’uomo appare a N. un “animale malato”. Su questa malattia, la più grave ed oscura dell’essere umano, una parte cospicua del pensiero e della cultura contemporanea continua ancora oggi ad interrogarsi.

 

Nichilismo ed eterno ritorno

Il nichilismo costituisce uno dei temi principali dell’intero pensiero nietzscheano. Approfondendo la storia spirituale del mondo d’Occidente, N. ritiene di averne finalmente compreso il suo senso più intimo, il suo traguardo ultimo. Tale senso e traguardo sono il nulla. L’atteggiamento critico del pensiero moderno ha distrutto la Metafisica (come insieme di valori morali e universali, di interpretazioni “assolute” del mondo). Il sistema di certezze teorico-pratiche in grado di “rassicurare” l’uomo è crollato e questi deve ora rinunciare ad ogni genere di principi generali-trascendenti. Da questo punto di vista il nichilismo è il risultato più valido del travaglio speculativo d’Occidente. Esso libera, infatti, l’umanità dai miti anche più tenaci e resistenti, mostrandole che essi non hanno alcun fondamento, che devono sparire lasciando il nulla dietro di loro. Il nichilismo è, però, una sorta di arma a doppio taglio. Da un lato libera l’uomo da ogni fondamento e valore metafisico, dall’altro lo lascia solo, solo col nulla. L’uomo resta sì senza gli inganni delle illusioni, ma resta solo. Non ci sono valori assoluti, non esiste nessuna struttura razionale e universale, non c’è nessuna provvidenza, nessun ordine cosmico. Il mondo non ha un senso. Contrariamente alla concezione che la tradizione ebraico-cristiana ha radicato nella cultura europea, l’universo non ha né un inizio né una fine, né un fine, ma è sostanzialmente eterno ritorno all’identico. E’ questa la dottrina dell’eterno ritorno che N. riprende dalla Grecia e dall’Oriente. Il mondo non procede in maniera rettilinea verso un fine, né il suo divenire è progresso, ma “tutte le cose eternamente ritornano e noi con esse, e noi fummo già eterne volte e tutte le cose con noi”.

 

Superuomo e volontà di potenza

Zarathustra afferma che “l’uomo è una corda tesa tra la bestia e il superuomo” e, alla folla raccolta intorno a lui, dice: “Io vi insegno il superuomo. L’uomo è qualcosa che deve essere superato”. L’uomo deve inventare l’uomo nuovo, cioè il superuomo, l’uomo che va oltre l’uomo e che è l’uomo che ama la terra e i cui valori sono la salute, la volontà forte, l’amore, l’ebbrezza dionisiaca. “Non cacciate più la testa nella sabbia delle cose celesti, ma portatela liberamente: una testa terrestre, che crea essa stessa il senso della terra”: è ciò che dice Zarathustra. “Il superuomo è il senso della terra” Ai vecchi doveri il superuomo sostituisce la propria volontà; le illusioni del soprannaturale sono abbandonate per creare nuovi valori tutti terrestri. Il superuomo “ama la vita”e “crea il senso della terra” e a questo è fedele. Qui sta la sua volontà di potenza. “Dio morì: ora noi vogliamo che viva il superuomo”. Così parlò Zarathustra. Il richiamo nietzscheano alla “volontà di potenza” non deve essere inteso come desiderio più o meno indiscriminato di affermarsi sugli altri con la forza, ma, al contrario come scoperta e messa in atto delle infinite potenzialità ancora insite nella vita dell’uomo e rimaste per secoli mortificate e trascurate in ossequio a valori puramente negativi. N. ha probabilmente colto con più finezza di chiunque altro la crisi della civiltà occidentale, e ha voluto reagirvi. E’ stato grande soprattutto per la scomposizione critica cui ha sottoposto il pensiero e l’etica, l’uomo e la civiltà d’Occidente. Egli appare essenzialmente un filosofo “negativo”: la sua analisi dei miti e dei pregiudizi, delle certezze e dei dogmi del mondo moderno è una delle più acute ed implacabili. E’ in questa prospettiva che sembra opportuno accostarlo ancora oggi.